Storie per la notte #9

imagePer la mia gente le parole hanno sempre avuto un peso, un corpo che le rendeva pietre per il mondo. La mia gente è gente silenziosa, schiva, dice qualcuno, selvatica, addirittura, ma non si tratta di timidezza, né di diffidenza. È il bisogno di tempo per trasformare in voce ciò che il corpo sente a rallentare la parola, a disperdere le chiacchiere, a profumare di vero le promesse e colorare i nomi con l’ombra delle cose. 

Forse è per questo che tra la mia gente hanno ancora tanta importanza i poeti. Non immaginare che i poeti siano persone più ricche o studiate delle altre. Possono esserlo, a volte, ma tante altre volte non lo sono. E non credere neppure che facciano solo questo mestiere, o che per il fatto di essere poeti si diano arie speciali. Sono uomini, e donne, come tutti. Lavorano nei campi o in paese, soffrono e gioiscono come gli altri, e come gli altri parlano e ridono e si arrabbiano. Solo hanno come una scintilla dentro, qualcosa che tiene accesa in loro la memoria del mondo intatto prima delle parole. Così sanno che nomi e suoni sono come costruzioni con cui giocare, che smontando e rimontandoli qualcosa del mondo può cambiare anche se il mondo non sta lì soltanto.

Quello che dico sembra molto difficile, vero? Allora meglio che ti racconti la storia di Bore, un poeta che cento e cento anni fa abitava in fondo alla strada di Muregane, la strada dei Muri dei Cani, al confine del paese. Bore era un giovane poeta talentuoso, fin da piccolo si era appassionato alle gare di poesia e dotato di ottima memoria sapeva recitarne a piacere strofe intere. Era però uno di quei poeti poco originali, che mescola e rimescola ciò che hanno ascoltato tirano fuori ogni tanto un verso nuovo, ma senza grosse invenzioni. Si dice, però, che quando Barbara, la figlia muta di zia Antioga, fu grande abbastanza per tessere, le cose cambiarono. Barbara era l’ultima figlia di zia, e non aveva mai parlato, nonostante fosse chiaro a tutti che capiva ogni parola. Qualcuno diceva che di parlare solo non ne aveva voglia, e che da quando aveva imparato a tessere le bastavano le dita per parlare. I suoi arazzi erano così belli, ricchi di storie e di dettagli da incantare tutti nonostante nessuno sapesse spiegarsi da dove arrivassero quelle figure. C’erano uomini e bestie, piante altissime e fiori, gesti come di sacerdoti, riti come di caccia, e fuochi, cieli stellati e ruscelli, strani strumenti da musici e danze per molte figure. Nelle notti d’estate e d’inverno, per chi passava sotto gli alti muri della via, ma con cautela per non svegliare i cani, era facile sentire il ritmo del telaio e l’andare della spola di Barbara. Era come un vecchio tamburo in una litania ipnotica e smisurata. Per ogni lavoro finito Barbara aveva un piccolo rito, come d’offerta. Al primo chiarore apriva la finestra e stendeva al davanzale l’arazzo o il tappeto intessuto. E da lì la spiava Bore, che abitava proprio dirimpetto a Barbara, e che probabilmente ne era innamorato visto che aveva preso l’abitudine di tenere sempre la finestra di fronte alla sua stanza sempre aperta. Si racconta che a volte di notte si sedesse sul davanzale ad ascoltare il battito del telaio, a scrutare nel buio il profilo di schiena della ragazza al lavoro. Fatto sta che la poesia di Bore si riempì di vita, le sue parole suonavano leggere e armoniose come le rondini, salivano vertiginosamente e si tuffavano in cuore, facendo apparire allo sguardo visioni fantastiche che pure suonavano come antiche memorie. Sembrava che a Bore si fosse sciolta la lingua, non c’era poeta nelle piazze che gli tenesse testa, e agli sposalizi o alle feste era capace di trasformare il riso in pianto e il pianto in riso con la stessa facilità con cui si dice che Cristo abbia fatto dell’acqua buon vino. La vista dei lavori di Barbara, o l’amore per lei, sembravano aver infiammato le sue parole, intrecciandole in storie senza fine. Ma a lui questo non bastava, sentiva forse di non essere in pieno l’autore di tanta bellezza, e questo gli rodeva. O chissà, forse di più ancora gli rodeva l’essere stato respinto dalla ragazza poco intenzionata a volersi sposare. Così il suo sguardo innamorato divenne quello sospettoso di chi cerca di carpire un segreto. Prese a spiarla di notte e giorno per capire da dove le arrivassero storie e figure, come facesse a creare tutti quei mondi che a fatica lui cercava di trasformare in parole. E qui la storia diventa come una fiaba, non facile da credere… eppure… Un giorno Bore seguì Barbara mentre andava in campagna, quatto quatto le stette dietro mentre passava al fondo del paese e risaliva poi la stretta valle che s’infila sbieca in mezzo all’altipiano. Lì c’era solo bosco da far legna, ma Barbara non sembrava andar lì per far provvista. Camminava svelta, con le mani strette sotto il grembiule scuro, e si guardava attenta intorno salutando appena chi la incrociava. Una volta imboccato il sentiero, però, rallentò il passo, e qualcosa di bello dovette passarle per la testa, perché sorrise e iniziò a guardare ogni cosa con attenzione diversa, senza paura. Si fermava ogni tanto a osservare una pietra o una pianta e riprendeva l’andare solo quando incontrava qualcuno. Via via che si inoltrava nella vegetazione gli incontri divennero sempre più radi, era come se il bosco si chiudesse dietro di loro. Bore sentì di certo un brivido, ma ormai non poteva tornare indietro e continuò a seguirla fino al fondo della valle. Vide Barbara sedersi sul bordo di piccole piscine naturali, alcune grandi come un tino, altre come un carro. Doveva esserci una sorgente lì accanto perché si sentiva il rumore dell’acqua che corre e che sgorga, mentre quella delle pozze era ferma e come di vetro. Rifletteva ogni cosa, chiara, precisa. E forse fu un sogno, o forse uno scherzo, ma Bore giurò poi che in quell’acqua cominciarono a emergere strane bolle dal fondo. E in ogni bolla c’era un viso, o una scena: nascite e guerre, case costruite e in rovina, greggi rubate e smarrite, navi appena attraccate, campi gonfi di grano e banchetti di nozze, parti e morti di giovani e anziani. Le bolle salivano lente come la schiuma, poi svaporavano all’aria, come un pensiero. Una sull’altra, senza filo apparente, senza ordine e tempo, come solo nel sogno. Barbara sedeva e guardava, guardava, guardava, e di certo studiava qualcosa che forse avrebbe poi impresso nel filo. Mentre Bore si spaventava e correva in paese a chiamare qualcuno. Dicono che quando tornò accompagnato da molti non ci fosse più nessuno, che l’acqua puzzasse come di stagno. E che nessuna immagine si diede a vedere. Ma ancora oggi si dice che in fondo alla valle ci sono le vasche di Bore il poeta.

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